Come è nato il Museo Ferroviario di Suno

 

Come è nato il Museo Ferroviario di Suno

- L’idea



Per sapere come è nato il Museo bisogna fare qualche salto indietro nel tempo. Scrivere questo argomento è per me molto emozionante, perché mi fa’ rivivere questa splendida storia e il suo percorso che talvolta si è rivelato tortuoso. Cercherò di non farmi prendere troppo dalle emozioni,  cercherò di lasciare il giusto spazio alla parte descrittiva, ma più che un giro del museo sarà un romantico viaggio introspettivo. Il tutto nasce, come nascono le cose migliori: senza saperlo e da un sogno. Un sogno lontano, di oltre venti anni fa, di quando giravo per le stazioni ferroviarie a fare fotografie ai treni e ai fabbricati, a raccogliere dai rottami cose vecchie, arrugginite ma che ritenevo di grande valore storico, perché “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla” (cit. “La leggenda del pianista sull'oceano”). E io ritenevo che quei pezzi avevano tutti una buona storia da raccontare. Ogni pezzo era (ed è) un pagina di un enorme libro di storia da ricomporre, che qualcuno poco saggio aveva scomposto e gettato. Allora non vi era nessuna organizzazione interessata al recupero, ripristino e salvaguardia dei beni storici ferroviari. Tutto quello che non avrei salvato sarebbe andato presto distrutto. Raccoglievo tanto e tutto, scambiavo quadri con le mie foto delle stazioni con vecchie divise dei dipendenti delle stesse stazioni; quadri che in alcuni stabili sono ancori lì, dopo decenni, a fare la loro, tutto sommato, bella figura. Al tempo ero un lupo solitario, non avevo qualcuno con cui condividere questa passione. Avevo, fortunatamente, molti amici, ma sapendo le loro passioni differenti, gestivo la mia in modo intimo e non invasivo verso gli altri. Non avrei mai obbligato nessuno a visitare vecchie stazioni con me; non avrebbero resistito, giustamente, per più di cinque minuti. Mentre io ci passavo le ore, le giornate. Dentro una di esse, a cui sono particolarmente affezionato, ho studiato per l’esame di maturità. Facevo del passaggio dei treni le mie pause di studio. La stazione di Castelletto Ticino, paese della casa di vacanza dei miei genitori, un tempo era un edificio vivo e ricco di vita, oggi è luogo da evitare a causa del degrado e dell’abbandono. Io faccio questo: cerco di salvare la memoria di quella ferrovia viva, umana, fatta di uomini; prima che tutto diventi sterile, dimenticato e stereotipato. Ho girato il paese e mezza Europa a inseguire treni, a raccogliere oggetti e aneddoti dai ferrovieri. Sì, perché parlare con i ferrovieri è la cosa che mi ha arricchito maggiormente; il racconto di una vita di lavoro diviso tra passione e fatica è qualcosa che dà un plusvalore al sapere. Non sono solo spiegazioni, numeri e regolamenti, ma ci si addentra nella variabile del lato umano, quello che può sbagliare, che ha paura, che rischia. Questo ha infuso in me maggior amore per la mia passione. Ben presto capii che non ero uno dei tanti collezionisti egoisti con comportamenti da massone, io avevo piacere a condividere, scambiare e raccontare. Così, con il tempo, ho avuto “La storia da parte da raccontare”, ma non avevo qualcuno a cui raccontarla. Le “storie” si accumulavano ed era frustrante non poterne godere, mostrarle e raccontarle perché rinchiuse in scatole di cartone. Una prima importante svolta avvenne quando capii che era giunto il tempo di trovare qualcuno a cui raccontarla.  Decisi di esporla ad una fiera di modellismo ferroviario a Carnate, un paese brianzolo poco lontano dalla periferia di Milano. La mia esposizione era un po’ decontestualizzata, ma qualcosa di ferroviario era presente e da qualche parte dovevo pur cominciare. Coinvolsi mio padre, amante del fai da te, nella costruzione di un piccolo stand fatto con angolari metallici da scaffali. Era un cubo di 3 metri di lato, pesante e robusto per poter sopportare il peso dei quadri con i documenti raccolti e le quattro vetrine con esposti gli oggetti più significativi. Un piccolo scaffale posato a terra con i cappelli dell’amministrazione statale e due manichini, presi in prestito dal negozio dove lavoravo al tempo, in divisa da ferroviere. Ricordo che mi commossi alla fine del faticoso allestimento, era un la materializzazione di un sogno. Avevo “la storia” e avrei avuto, finalmente, “qualcuno a cui poterla raccontare”. Esposi per anni a quella mostra, e mentre la collezione aumentava, cresceva l’idea di una situazione più stabile. Riscontrai interesse  da parte dei visitatori sempre più numerosi, e io mi arricchivo da loro grazie a chi, credendo nella mia “missione” ha donato i propri cimeli, le proprie storie, un caloroso incoraggiamento.

 - Le origini del Museo


Non era facile aspettare un anno intero per due o tre giorni di manifestazione. Desideravo un posto per un’esposizione permanente; decisi di provare a chiedere una stazione o un casello sulla linea Novara-Luino, ma ci fu un diniego per risposta. Non mi persi d’animo. Capii con il tempo che mi mossi con troppo anticipo; i tempi non erano maturi e le ferrovie non avevano ancora deciso di assegnare i propri stabili impresenziati a comuni e associazioni. La vita mi portò a Suno nel 2004 dove acquistai casa con la mia attuale moglie. L’anno successivo, il 2005, fu l’ultima volta che esposi a Carnate, i tempi erano maturi per riprovare il passo della ricerca di un luogo per  un’esposizione permanente. Il Sindaco di Suno , che presto contattai, fu subito propenso al progetto, perché essendo anch'egli collezionista, ben conosceva la passione che muoveva la mia richiesta. Nacque una bella amicizia che ci portava a frequentare i mercatini di vari paesi insieme alla ricerca di qualche nuova “pagina” da aggiungere al “libro” di storia. L’avvallo del comune fu una buona spinta. E finalmente arrivò l’esito positivo! Avrei avuto, finalmente, un locale per esporre. Non un locale qualunque, ma una stazione. Una splendida stazioncina a tre moduli del 1864 sulla linea Novara - Domodossola. Non grossa o particolarmente diversa dalle altre, ma era tutto quello che desideravo. La trafila burocratica tra comune e Rfi è stata una cosa con tempi biblici, un qualcosa che se non è mossi dalla passione porta allo sfinimento e all'abbandono del progetto. Ma fortunatamente non fu così. C’era la passione e l’appoggio, a questo ambizioso progetto, di mia moglie Lucia e di Stefano, un negoziante di modellini ferroviari di Borgomanero (un paese vicino a Suno) divenuto caro amico e aggregatosi al progetto. Avevamo le chiavi per accedere, un atto notarile, ma non ancora l’autorizzazione definitiva per aprire. La stazione nell'ultimo periodo fu in carico a una ditta di manutenzioni ferroviarie che la usava come magazzino di fortuna; un modo gentile per dire pattumiera. Non si sapeva da che parte cominciare a pulire, ma partimmo e piano piano, nel tempo libero, la stazione che avrebbe ospitato il Museo, prendeva forma. Tanto lavoro, cemento e pittura. Fu un vero e proprio restauro. Ci concentrammo sul piano superiore, perché sistemarla tutta, con le risorse che avevamo al tempo, non era possibile. Le stanze del piano terreno vennero rese visitabili nei due anni successivi. Non fu facile, si dovette ripristinare anche l’impianto elettrico dal momento che chi se ne andò portò con sé anche interruttori e prese. Allora come oggi è sempre un piacere e un’emozione salire le scale con i gradini di sasso, originali e sbozzati a mano, uno splendore ancorato alla ringhiera in ferro che ripida li accompagna.

 - Il Museo Fuori

Il fabbricato viaggiatori della fermata di Suno è un piccolo edificio che nel corso della sua secolare vita ha visto svariate modifiche. Vecchie foto degli anni ‘50 lo ritraggono rosso con i contorni bianchi sulle aperture, le scritte di località dipinte in nero su riquadro bianco e all'esterno le “manovelle” per manovrare i vicini passaggi a livello verso Novara poste all'aperto sulla banchina che costeggia l’unico binario non elettrificato presente. Negli anni qualcosa cambiò; nei ‘70/’80 mantenne il colore rosso, ma le targhe di località divennero metalliche a sfondo nero con scritta bianca, apparve un gabbiotto vetrato sulla banchina aderente alla stazione con i nuovi apparati per la manovra dei passaggi a livello al posto dei precedenti che vennero rimossi. La manovra di tali apparati, ora al coperto, si fece più agevole, soprattutto in condizioni climatiche avverse. Nel 1989, con l’ attivazione del Blocco Conta Assi e l’automazione dei passaggi a livello, vi fu la rimozione del gabbiotto e degli apparati all'interno di esso. L’edificio assunse la colorazione in giallo con contorni rossi sulle aperture. Le vecchie porte vetrate marroni di legno lasciano posto a delle porte di metallo verdi, meno caratteristiche, ma più sicure per un edificio che divenne impresenziato. Per qualche periodo le targhe di località rimasero quelle nere, ma presto lasciarono il posto alle moderne e attuali a sfondo blu e scritta bianca. Nel 2001 la stazione di Suno vede l’arrivo dell’elettrificazione. La posa dei pali comporta qualche sacrificio al fabbricato a causa degli spazi ristretti. Un palo di sostegno del filo di sicurezza davanti al passaggio a livello lato paese “litiga” con la grondaia; la stessa ne porta ancora oggi i segni. La posa frettolosa dei pali lungo la banchina non hanno certo contribuito ad accrescere la bellezza e il prestigio di un edificio secolare con un importante valore storico per il paese di Suno come questo. Negli anni ’90 appare sul lato binari tra la prima e la seconda porta, da Domodossola verso Novara, un’obliteratrice di biglietti di prima serie gialla per lasciare verso il 2006,  all'inizio della nostra nuova avventura, il posto a un’obliteratrice bianca e verde a forma di “goccia” che nessuno ricorda essere mai andata in funzione a differenza della precedente funzionante. Sempre nel 2006 la stazione godeva da poco di un moderno schermo con gli orari sul piazzale riparato da una tettoia orribile in metallo non verniciato. Lo schermo in breve tempo andò danneggiato da atto vandalico e non venne mai sostituito, solo più avanti fu rimosso, lasciando la tettoia a protezione di tutte le connessioni a penzoloni. Le aperture sul lato binari hanno mantenuto il loro aspetto originario, mentre sul piazzale si sono susseguite delle modifiche. La porta centrale venne, non si sa con precisione quando, trasformata in finestra. Il davanzale della stessa venne ricavato dal secondo gradino in sasso della precedente porta che andava a sostituire. La persiana della nuova finestra non potendosi aprire completamente a causa del tetto di riparo dello schermo sopra citato si danneggiò con lo sbattere del vento. Venne richiesta nel 2007 un’azione di ripristino della stessa. Con poca fatica e ancor meno fantasia la finestra venne murata e le persiane rimosse. Non spendo parole per descrivere la delusione quando vidi una squallida mattonata e mi resi conto che quella fu la soluzione adottata per la risoluzione del problema. Quindi quella che era una porta, poi divenuta finestra, oggi è un muro. A ricordo della finestra c’è il contorno colorato e il davanzale, e a ricordo della precedente porta c’è il primo gradino ancora al suo posto. Anche la finestra al piano superiore lato Nord venne murata, ma in modo quasi inavvertibile. Da dentro non vi è alcun segno della modifica e da fuori si vedono solo le persiane chiuse. Dentro i passaggi hanno subito svariate modifiche, anche per permettere il posizionamento degli apparati del sistema di comunicazione GSM-R nella stanza al piano terra lato Domodossola, l’unica non in comodato al Museo rimasta in uso a RFI. Un’ulteriore make-up da parte di Rfi del 2016 ha portato al rinnovo del colore del piano terreno e del vicino edificio un tempo adibito a bagni pubblici. Anche il magazzino in cemento prende la tinta della stazione. Sparisce la tettoia e un po’ di fili a penzoloni vengono rimossi.

Il Museo Dentro - Esposizione


Dopo ben sette anni, tra lavori nostri, di RFI, un allagamento della cantina e un tubo scoppiato sulle scale che ha allagato i locali sottostanti, gli incartamenti vengono pronti e finalmente si poteva aprire. Scegliemmo come data il 25 Aprile. In quella data un po’ di gente, autorità e la banda sarebbe stata al vicino monumento per la commemorazione dei caduti e della liberazione. Questo ci avrebbe permesso agevolmente di dirottare un drappello di persone, la banda, il parroco, il Sindaco di Suno e dei vicini paesi per fare la tanto agognata inaugurazione. Finalmente, il 25 Aprile 2013, il nastro tricolore sulla porta del Museo venne reciso! L’ingresso, ad oggi invariato, era stato deciso alla base delle scale sulla porta lato Novara sul piazzale. Si entrava e si percorreva la caratteristica scala contornata di quadri e cartelli. La scelta dell’accesso fu obbligata in quanto i locali del piano terra erano ancora non agibili. Per qualche anno l’esposizione mutò poco e le aperture furono nelle festività e su richiesta. Nel 2016 la svolta: Stefano rassegnò le dimissioni da vicepresidente. I suoi impegni di lavoro sempre più pressanti gli impedivano di impegnarsi nel progetto. Ma nello stesso anno altri nuovi importanti collaboratori entrarono nell'orbita del Museo. Il posto di Vicepresidenza fu assegnato ad un altro Stefano, amico comune con il precedente e appassionato anch'esso di storia ferroviaria. In quell'anno e nei successivi abbiamo acquisito un discreto numero di validi volontari e soci che hanno permesso al museo di fare degli importanti salti qualitativi e a disporre le aperture calendarizzate, ad avere un sito internet e una pagina su tutti i principali social media. Il Museo viene reinventato e disposto per ambienti tematici e, ove possibile, seguendo un ordine cronologico, per rendere la visita più coinvolgente.  L’esposizione migliora molto e la collezione cresce anche grazie a donazioni e lasciti da parte di coloro che apprezzando il lavoro svolto e la finalità prefissata ci hanno aiutato a migliorare la nostra offerta culturale. Ancora oggi il Museo conserva la medesima disposizione per ambienti, ci piace,  ma soprattutto piace al visitatore. Ci permette di seguire un filo narrante logico. Partendo dalla scala troviamo lo schema planimetrico e altimetrico della linea di appartenenza della stazione che ospita il Museo. Quasi nove metri disposti consecutivamente sul soffitto della scala. Salendo troviamo foto e documenti di vecchie ferrovie e amministrazioni. Accompagnano la salita annulli filatelici di ricorrenze ferroviarie e regi decreti in tema. Terminata la scala sul ballatoio troviamo i “segnali bassi” o “marmotte”, diversi e di varie epoche, tutti ben disposti come scolaretti in fila all'uscita di scuola. Varcando l’apertura entriamo nella prima sala, la più piccola del piano superiore. E’ il locale dedicato all'armamento dove fa bella mostra di se una traversa in legno con assemblate piastre, chiavarde e binari, posata su massicciata originale. Gli stessi binari sono bloccati con sistemi differenti di ancoraggio per poter meglio spiegare e cogliere le differenze; su una piccola mensola sono esposti in ordine i sistemi di fissaggio dai vecchi chiodi fino alle moderne viti e su un’altra vicino vari dispositivi elettrici di apparati di stazione quali relè, diodi, ed altri dispositivi. Il binario come nella realtà ha intorno picchetti e Giacomo, il nome del nostro manichino operaio, completa la scena facendo manutenzione con una lunga chiave. Capeggia sulla scena un segnale a via impedita con vicine due belle campanelle Leopolder funzionanti. Il suono delle campanelle, sempre più raro nelle stazioni moderne o ammodernate, è un po’ per tutti un bel viaggio nel tempo. Girandoci, sulla parete, vi è la raccolta di fotografie di tutte le fermate e stazioni della linea, molte di esse con qualche decennio alle spalle. Proseguendo si arriva alla sala del materiale rotabile, dove spicca alla vista la ricostruzione di uno scompartimento di terza classe di una vecchia carrozza “centoporte”. Ci si può sedere, anzi ci si deve sedere per immergersi nello spirito dei viaggi proiettati dal vicino schermo o per leggere un libro dell’antistante biblioteca tematica. Targhe e strumenti completano la metà di questo ambiente, il rimanente spazio è occupato dalla ricostruzione di una semicabina di una delle prime locomotive elettriche italiane, la e636. Ci si può sedere e vivere l’esperienza di muovere le leve e premere i pulsante e capirne il funzionamento con un’esperienza tattile. Uscendo dalla cabina non si può non rimanere affascinati dai fanali di coda accesi di varie epoche, alcuni neri altri a strisce, ma tutti a luce rossa tra chi lampeggia e chi no. Le immagini delle cartoline della Breda Ferroviaria ci accompagnano verso la terza sala, quella più grande. La vista si allarga sulla grande collezione di divise e cappelli che ci dà il benvenuto, ruotando ci si accorge che questa prosegue sui quattro lati della stanza. Questa è la stanza dedicata al ferroviere dove una scrivania custodisce i timbri gli orari e gli strumenti di un lavoro importante dedito all'efficienza e alla sicurezza. Tutto ciò ricorda chi siamo. Le vetrine mostrano lettere, biglietti, tessere, per dirci da dove veniamo. Dove andiamo ve lo dico io: al piano sottostante! Ma solo dopo dopo aver ammirato gli incantevoli cimeli e cartelli dipinti a mano, come solo i maestri artigiani di una volta sapevano fare. Uno sguardo ancora sul modello della locomotiva che si muove sul diorama operativo della fu ferrovia Gozzano-Alzo e si prosegue. Un’occhiata fugace sui cartelli di cantiere vicino al manichino Giacomo ed eccoci alla scala nuovamente. Ripercorrendo il percorso a ritroso non manchiamo di scorgere qualche dettaglio perduto all'andata scendendo le scale, riguardiamo il diorama che fluttua in mezzo ad esse sospeso nel vuoto da argentee catene. Superiamo la porta di ingresso e in una specie di abside scorgiamo quello che è un tributo al gemellaggio tra il paese di Suno e Veynes, in Francia, paesino come il nostro anch'esso con un piccolo, ma ricco museo storico ferroviario. Da lì si accede alla stanza ora dedicata al modellismo e alle novità. Tre pareti su quattro ospitano bacheche di modelli con composizioni di treni famosi in termini di prestigio o di semplice notorietà. Un diorama ospita le composizioni più lunghe. Il tavolo delle novità ci anticipa sui progetti del Museo a breve e medio termine con i prossimi cimeli pronti al restauro e/o con delle didascalie illustranti i dettagli del progetto. Ora questo tavolo ospita un banco di manovra del prestigioso elettrotreno italiano ETR300 chiamato comunemente Settebello, un gioiello di tecnica e design dell’Italia degli anni 50. Sarà restaurato e reso funzionante per lavorare con simulatore ferroviario per poter far provare l’esperienza di guida a tutti, appassionati e curiosi, grandi e piccini. Ci spostiamo in una piccola stanza, l’ultima del fabbricato viaggiatori. E’ un locale intimo dove una vetrina e un attaccapanni ci propongono oggetti doppi in vendita su offerta o da scambiare e un tavolo con panche ci invita a leggere una delle tante riviste collezionate e presenti sulle mensole sorseggiando un buon caffè caldo preparato nel corner cafè.

- Il Domani del Museo

Uscendo possiamo vedere quello che sarà il futuro, uno piccolo edificio in stile liberty che ospitava i sevizi igienici che in futuro ospiterà un plastico ampliando la parte dedicata al modellismo; il vicino magazzino merci sarà diviso in ambienti e allargherà l’esposizione con tante novità e nuove esperienze da provare. Il giardino ospiterà un draisina ferroviaria, già presente e in fase di restauro. Già la immagino scintillante con tutto il segnalamento ben disposto nel cortile. Abbiamo fatto tanta strada. Ho iniziato l’articolo al singolare, ma ora ho l’onore di parlare al plurale grazie all'apporto indispensabile e insostituibile della crew che mi ha accompagnato in questo percorso di crescita del Museo. In alcuni di loro rivedo me da giovane, in altri scorgo una rinnovata passione che dopo essersi sopita si è svegliata impetuosamente in un ritorno di fiamma. Non posso concludere queste righe senza ringraziare tutti: chi ha donato, chi ha collaborato, chi c’era, chi c’è e anche chi sta meditando di esserci, perché questo sogno non è più solo il mio, ma è il nostro, e sono fiero e felice di condividerlo con loro.

Luciani Francesco Pietro - Presidente Museo Ferroviario di Suno


Foto collezione Museo Ferroviario di Suno (Fagnoni F. - Menolotto F.)




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