Stazioni fiorite
C’erano un tempo le stazioni fiorite
Correva l’anno 1911 quando il Touring Club Italiano promosse la prima edizione del concorso “Stazioni fiorite”; già in precedenza anche la Direzione Lavori della Società Italiana per le strade ferrate del Mediterraneo aveva preso in considerazione, ma solo per alcune linee del nord Italia di progettare i propri fabbricati curandone anche l’aspetto estetico e l'omogeneità architettonica; questo aspetto è ben visibile ancora oggi sulla linea internazionale Milano- Domodossola, infatti da Arona a Domodossola fino alla stazione di confine di Iselle i fabbricati progettati dall'architetto Luigi Boffi di Milano, mantengono questa omogeneità architettonica.
L’obiettivo di questi concorsi era di favorire e sostenere le attività che potessero esaltare le bellezze paesaggistiche e artistiche italiane, questo comprendeva anche le stazioni ferroviarie, all'epoca, più di ora, erano il biglietto da visita non solo delle grandi città ma anche dei piccoli centri.
Nel 1911 parteciparono 151 stazioni su 400 stazioni contattate, un regolamento emesso dalla Direzione Generale delle ferrovie indicava le regole del concorso e forniva al personale il materiale e il supporto didattico per abbellire la propria stazione.
Cartolina illustrata collezione privata Giovannone Stefano
Mi preme sottolineare in questo articolo, non la storia sui concorsi stazioni fiorite, ricerca che chiaramente comporterebbe una ricerca più dettagliata, ma desidero invece far riflettere sui cambiamenti sociali che hanno determinato nel tempo la chiusura e l’abbandono in generale delle stazioni, nel gergo tecnico i cosiddetti “fabbricati viaggiatori”.
L’evoluzione tecnologica ha comportato la scomparsa dei capostazione, manovratori, deviatori, molti di loro alloggiavano nella stessa stazione, al piano superiore, una o due famiglie di ferrovieri vivevano nella stazione, questo era importante all'epoca dove la presenza umana era fondamentale per garantire il servizio.
Ma con l’avvento delle nuove tecnologie dopo gli anni ‘80 dello scorso secolo, si assiste alla chiusura delle stazioni ferroviarie; inizia il cambiamento che tutti noi oggi conosciamo, la circolazione e la sicurezza hanno nel tempo acquisito nuovi strumenti tecnologici che permettono di sfruttare la rete ferroviaria con maggior produzione di servizi quindi maggiori introiti.
Per noi appassionati, credo soprattutto per chi ha vissuto il periodo antecedente le “stazioni impresenziate”, vedere le stazioni chiuse, quindi l’inizio dell’abbandono alimenta la personale nostalgia di un periodo ben preciso della vita e una sorta di rabbia; la rabbia di vedere la nostra nazione disinteressata oggi come ieri al recupero del proprio patrimonio architettonico, non solo ferroviario, basta pensare alle case cantoniere delle strade statali, ma innumerevoli sono gli esempi.
Questo articolo non vuole essere una critica tanto meno un giudizio definitivo, ma è un invito a chi di dovere perché pensi a cambiare le sorti di queste strutture, una nuova vita per il bene di tutti, non importa chi sia l’attore se lo Stato o il privato, un luogo abitato e curato non sarà più alla mercé di vandali, sbandati e delinquenti, ma può diventare fonte di sviluppo per l’intera comunità (Esempio raro di salvaguardia è la stazione di Suno, sede del Museo Ferroviario che vicepresiedo).
E’ importante però non perdere più tempo, quindi attuare un piano legislativo che possa far ripartire anche da questo “patrimonio sospeso” l’intera nazione Italia, personalmente credo che debbano essere ceduti ai comuni in primis i fabbricati viaggiatori, questo conoscendo il proprio territorio decida a chi assegnarle.
Stazione di Pieve Vergonte da via M. Massari - Foto di Giovannone Stefano
Spero che molti di Voi aggiungano il loro pensiero e la propria esperienza e le proprie idee nel blog del museo.
Stefano Giovannone, vicepresidente Museo ferroviario di Suno (NO)


Commenti
Posta un commento